Alla prima de La commedia delle vanità di Claudio Longhi

Alla prima de La commedia delle vanità di Claudio Longhi

  • Posti esauriti
  • Ingresso gratuito
28 nov 19
/
Dalle 21.00 - alle 23.22
Teatro Storchi
largo Garibaldi - 41121 Modena (MO)

Informazioni

Claudio Longhi porta in scena Elias Canetti: quasi trenta attori per proporre al pubblico italiano il grande autore premio Nobel attraverso una delle sue opere più attuali. Scritta nel 1933, La commedia della vanità descrive un mondo grottesco e distopico, dove sono banditi tutti gli specchi. Ma a venir distrutta non è l’autocelebrazione, è l’idea stessa di identità. Che cosa rimane? Una massa di voci che deborda dal palcoscenico a investire la platea, che restituisce al pubblico l’urgenza di questa allegoria, dell’incubo di una dittatura nascente acclamata a gran voce. n un remoto borgo innominato – così in odore di Vienna, ma forse non tanto distante da Berlino (o Parigi, o Roma, o Metropolis…) – in un tempo lontano – e pur così vicino al presente (anni Trenta del secolo scorso o oggi?) – per insindacabile decreto delle autorità superne, al fine di purgare l’umanità, guarendola dal canceroso morbo della vanità, è disposta la distruzione di tutti gli specchi, così come di tutte le immagini dell’uomo.

La Gazzetta di Modena in collaborazione con Ert mette a disposizione dei lettori la possibilità di assistere gratuitamente allo spettacolo, nuova attesa produzione di Emilia Romagna Teatri. Sono 20 gli inviti validi per due persone per accedere al teatro. Prenotare gli inviti per due persone è molto semplice: oltre ad essere iscritti alla comunità NOI GAZZETTA basta cliccare qui sopra sul pulsante OTTIENI I BIGLIETTI riceverete via mail un tagliando da presentare al botteghino dove vi verrà assegnato il posto in platea o palchi o barcaccia


L’avviso sinistro che d’improvviso punteggia le vie cittadine non lascia margine a dubbi. «Il governo ha deliberato. Primo: È vietato il possesso e l’uso di specchi. Tutti gli specchi esistenti, senza eccezione, saranno distrutti. La fabbricazione di qualsiasi tipo di specchi dovrà essere sospesa. Trascorso il termine di trenta giorni, chiunque venga trovato reo di possedere o usare uno specchio verrà punito con una pena da dodici a vent’anni di carcere. Per chi fabbrica specchi è prevista la pena di morte. Secondo…».

Ai sinistri bagliori rossastri della gran pira allestita in men che non si dica, in sul calar del giorno, al centro della piazza grande del paese per accogliere e far sparire immantinente tutti gli specchi e gli oggetti riflettenti – e le fotografie e i ritratti e financo le pellicole cinematografiche – custoditi dalla comunità, tra il clangore della folla invasata e il tintinnio degli specchi in frantumi, ha così inizio la parabola dei destini incrociati del sempre eretto banditore Wenzel Wondrak e della querula famiglia Kaldaun (Egon, Lya, figliuolo urlante e domestica tuttofare Marie), del facchino Franzl Nada e di sua sorella Franzi, del predicatore Brosam e del maestro Shakerl, delle tre intime amiche signorina Mai, vedova Weihrauch e sorella Louise e dell’imballatore Barloch, con sua moglie Anna, del signorino Heinrich Föhn e della sua compagna Frau Doktor Leda Frisch… di tutta quella brulicante umanità, insomma, che giorno dopo giorno, in quel remoto e vicinissimo stato/mondo, si arrabatta per far fronte alle minacce e alla violenza del potere, conquistandosi la propria sopravvivenza. Vanitas vanitatum et omnia vanitas. Nell’implacabile divenire dello spietato ordigno drammaturgico congeniato da Canetti, il gran falò dell’umana vanità da cui l’intreccio prende le mosse è solo il primo atto di una folle “commedia umana”, degna dello Steinhof, incentrata sulla letale “malattia dello specchio” (sorta di catatonia in cui sprofondano quanti non riescono più a ritrovare se stessi, smarrite per sempre le proprie immagini) che di colpo di scena in colpo di scena – tra furti, minacce di morte e di torture ed espedienti di ogni genere – finisce con l’esplodere nell’inquietante epilogo aperto, tra il profetico e lo scaramantico, su cui cala il sipario. […]

Nel chiacchiericcio insensato del nostro presente, incantato dai selfie in instagram e avvezzo a credere solo ai “video-fai-da-te” di youtube, ubriaco di malpancismi e populismi e sedotto dal priapesco principio di autorità maschio e “mavorte”, inchiodato al lessico regressivo e alla sintassi francamente sbalordita e deficiente dei tweet e di whatsapp così come desideroso di celebrare le esequie dell’UE, potrebbe essere istruttivo, allora, tornare ai capricciosi sogni di Canetti, senza alcun desiderio di attualizzarne i contenuti, ma solo per esercitarsi, da provetti materialisti storici, a decifrarne scenicamente geroglifici e ideogrammi (generati dal sonno o dalla morte della ragione?), affinando così il nostro spirito critico. Claudio Longhi

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